|
|
||||||||||||||||||
|
|
||||||||||||||||||
|
|
|
|
||||||||||||||||
|
|
||||||||||||||||||
|
|
||||||||||||||||||
|
PREMESSA Scegliamo
la Turchia perché rappresenta l'Asia più a portata di mano, l'ideale
approccio con la cultura islamica. C'incuriosisce per il suo ruolo di ponte
tra diversi continenti, per la varietà dei suoi paesaggi, per le
testimonianze delle differenti civiltà che l'hanno popolata nel corso dei
secoli. Prepariamo
l'itinerario nel corso di serate lunghe e morbide, passate a sfogliare la Lonely
Planet nuova di zecca, a leggere le cronache di viaggi scaricate da
Internet o reperite su vecchi numeri speciali di Motociclismo. La Michelin
dispiegata sul pavimento del soggiorno diventa per alcune ore il nostro
universo: riferimento e fondale e necessario complemento al galoppare della
nostra fantasia. Paesi sconosciuti trasformati in tratti e cerchietti e
colori e campiture. Simboli che traducono e danno vita a luoghi tante volte
sognati. Tracciamo
un percorso di massima, del quale fissiamo le tappe fondamentali tentando di
sfruttare al meglio le tre settimane di ferie che abbiamo a disposizione.
Lasceremo, comunque, ampio margine all’improvvisazione. Per non perdere troppo tempo nell'attraversamento della Jugoslavia e della Bulgaria, decidiamo di tagliare il braccio di mare dell'Adriatico con un traghetto che collega Ancona a Patrasso. Da qui, in due-tre giorni attraverseremo la Tessaglia. All'inizio sanno strade di montagna, linee rosse e sottili, che descrivono infinite spire sullo sfondo verde-marrone. Poi raggiungeremo di nuovo il mare, sul versante orientale della Grecia. Da qui fino a Istanbul le linee rosse si distendono in curve più ampie e morbide, che assecondano da vicino l'andamento della costa. Istanbul è una chiazza grigia di proporzioni enormi. Confrontiamo la sua grandezza con quella di Roma per renderci conto delle sue dimensioni da autentica megalopoli. A Istanbul ci fermeremo alcuni giorni. Desideriamo visitare, oltre alle mete turistiche d'obbligo, anche i quartieri marginali, dove immaginiamo che sia possibile cogliere gli aspetti più autentici della vita dei suoi abitanti, gli scorci meno consueti, le contraddizioni e la complessità di questa città a cavallo tra Europa e Asia. Solo quando ci sembrerà di averne assorbito almeno in parte i colori e gli odori e le vibrazioni, ci lanceremo verso la Cappadocia, in una lunga tirata di autostrada giallorossa e rettilinea. Alla vita metropolitana e caotica si sostituiranno paesaggi brulli e pietrosi, orizzonti lontanissimi e il cielo ambrato e rosso fuoco dei tramonti che abbiamo ammirato nelle fotografie che documentano i resoconti di chi c'è stato. Quindi scenderemo verso la costa sud, attraversando lande desertiche che, a giudicare dallo squarcio di nulla color beige che aprono sulla carta, devono essere sconfinate, e catene montuose impervie, di un marrone molto scuro. Risaliremo la costa turchese verso occidente, rilassandoci qualche giorno sulle spiagge bianche e sabbiose descritte nella guida. A Cesme o un po’ prima ci imbarcheremo per Atene; quindi di nuovo Patrasso, traghetto, Ancona. In tutto percorreremo circa cinquemila chilometri, diluiti in un periodo abbastanza lungo da non ridurre il viaggio semplicemente a estenuanti trasferimenti in moto. Il bagaglio sarà molto essenziale, per poter essere contenuto nelle due motovalige, alle quali aggiungeremo un borsone cilindrico, da fissare coi ragni elastici al portapacchi posteriore. Per il pernottamento non prenotiamo nulla, per riservarci la possibilità di modificare l’itinerario con assoluta flessibilità, guidati dalla nostra curiosità e dall’ispirazione del momento. Ci avvarremo delle possibilità offerte di volta in volta dalle diverse località che toccheremo, preferendo, naturalmente, le bettole più infime, per contenere il budget e perché rappresentano la soluzione che meglio consente d’immergersi nella realtà locale. GIORNO
1: Perugia - Ancona -
(traghetto) - Patrasso (Km 180)
Il
Giesse nero e lucido, riposa sul cavalletto centrale, flemmatico e
inossidabile. Noi ci affanniamo negli ultimi preparativi, sudando un po' per
il caldo e per l’eccitazione. Il nostro abbigliamento è tecnico senza
eccedere, abbastanza sobrio da poterci passeggiare per una città senza
sentirci dei marziani; abbastanza aggressivo da sposarsi con l'immagine di
motoviaggiatori duri e puri. Carla indossa il suo aderente giubbino di cuoio
rosso-nero-bianco da pilota degli anni Settanta, comprato di seconda mano a
Portaportese, e sembra la più navigata delle motard. Anch'io, una volta
tanto, non passo inosservato: sulla mia testa risalta con sconcertante
audacia il giallo canarino dei capelli. Me li sono fatti tingere ieri sera
per festeggiare la partenza, in uno di quegli eccessivi slanci di entusiasmo
che mi prendono ogni tanto. Un'ora
e mezza di curve e tunnel su una statale perennemente in costruzione, ci
depositano sul lato opposto degli Appennini. Ancona ci accoglie tra le sue
lunga braccia di città-porto. Aspettiamo l'imbarco nella fila separata dei
motociclisti. Siamo un gruppo folto ed eterogeneo, composto in maggior parte
da turisti diretti verso qualche isola greca. Su tutti spicca un drappello
di harleisti tedeschi di mezz'età, con le immancabili tenute sadomaso di
pelle nera e frange. Le loro moto sono un trionfo di cromature e lucine
rosse e blu e accessori after market di gusto kitch. C'è perfino una
donna-pilota sulla quarantina: giubbino di cuoio con il logo Harley Davidson
stampato sulla schiena, sguardo miope dietro gli occhiali di tartaruga e
faccia smunta da professoressa di educazione tecnica alle medie. Il
traghetto è enorme e moderno, sembra quasi una nave da crociera. L'interno
è sgargiante e pretenzioso, disseminato di poltroncine blu elettrico
imbullonate sul pavimento ricoperto di moquette rosso corallo e di finiture
in ottone lucido. Passiamo in rassegna le diverse possibilità di svago
disponibili a bordo: il piccolo casinò scintillante di slot machine, il
duty free shop che offre a prezzo scontato maglioncini di Benetton e
gioielli di Cartier. Ci sediamo al bancone di marmo luccicante del
bar a bere una birra. Ci guardiamo intorno, gustandoci lo spettacolo del
popolo variegato e coloratissimo che pullula intorno a noi. Spesso i nostri
sguardi s'incontrano in muti commenti. Ci
attrezziamo per passare la notte all'addiaccio. Troviamo un angolo sul ponte
abbastanza riparato, gonfiamo i materassini, srotoliamo i nostri minuscoli
sacchi a pelo. Quasi tutti i passeggeri stanno scomparendo, inghiottiti con
discrezione dai meandri delle loro cabine. Siamo tra i pochi che passeranno
la notte sul ponte (forse siamo gli unici italiani: ci fanno compagnia solo
alcuni greci dall'aspetto poco vacanziero: deve trattarsi di emigrati che
rimpatriano per passare le ferie con le famiglia). GIORNO2:
PATRASSO - JOHANINA
(KM 250) Sbarchiamo
a Patrasso sconvolti di sonno ma tenuti svegli dall'ansia di scoperta, dalla
voglia di entrare nel vivo del viaggio. Dobbiamo subito imbarcarci su un
altro piccolo traghetto, per attraversare lo stretto canale che separa il
Peloponneso dal resto della Grecia. Ancora una mezz'oretta di beccheggi e
lento procedere sulla superficie increspata di un mare scuro e opaco e siamo
di nuovo in moto, finalmente autonomi, la manopola del gas tra le mani, la
strada di fronte, paesaggi sconosciuti intorno a noi a perdita d'occhio.
Partiamo senza fretta, lungo i dolci saliscendi di una strada secondaria,
circondata da colline coperte di uliveti. E' un paesaggio familiare, molto
simile a quello dell'Umbria, tutto sommato. GIORNO
3: JOHANINA -
LARISSA
- SALONICCO - ASPROVALTA
(KM 500) Ci
svegliamo presto, nella sudicia bettola di Johanina dove c'ha indirizzato il
proprietario di un pub dove siamo approdati ieri a mezzanotte, stanchi morti
e desiderosi solo di una birra ghiacciata e di una cuccia per dormire
qualche ora. Carla gli ha chiesto d'indirizzarci in un posto very very cheap
e lui ha fatto del suo meglio: l'equivalente di trentamila lire per una
doppia non sono molte. La compagnia dei chiassosi transessuali nella stanza
accanto alla nostra era compresa nel prezzo. Usciamo
alla ricerca di un bar per fare colazione. Percorriamo quello che
sembrerebbe essere il corso principale di questo strano insediamento
industriale circondato dalle montagne. La passeggiata ci regala il ricordo
indelebile del particolarissimo odore che la città sembra emanare dalle
finestre delle case annerite dallo smog, dalla superficie rugosa del suo
asfalto: un misto di nafta e soffritto di cipolla. Poi
ci aspettano alcune ore di tornanti lungo una statale stretta e dissestata e
quasi deserta. Sembra di percorrere un passo appenninico. Ogni tanto
superiamo qualche camion ansimante che si lascia dietro una nube scura di
gas di scarico. Per decine di chilometri la strada domina sulla sinistra una
vallata lunga e stretta, percorsa da un torrente impetuoso. Sul fondo valle
stanno costruendo un'autostrada, destinata a ospitare lungo un tracciato più
agevole e rettilineo lo scarso traffico della statale che stiamo
percorrendo. La vallata è disseminata a intervalli regolari di cantieri:
depositi di materiale e camion e cisterne e Caterpillar al lavoro. Tra pochi
anni questo paesaggio ameno non esisterà più. Attraverso l'interfono ci
scambiamo meste considerazioni su quest'ennesimo scempio. Le
Meteore cominciano a profilarsi all'orizzonte intorno all'ora di pranzo.
Facciamo una deviazione per andarle a vedere da vicino. Sono uno spettacolo
davvero impressionante: nere e levigate, sembrano emerse da abissi oceanici.
Sovrastano la pianura circostante tacite e imponenti, lasciandosi
accarezzare la schiena dai pullman dei turisti. Proviamo a immaginare come
doveva presentarsi questo scenario centinaia di anni fa, senza la folla dei
visitatori e i venditori di souvenir e l'invadenza delle automobili. L'idea
che dei monaci, spinti dalla sete di pace, abbiano pensato di costruire la
loro dimora su questi picchi è inquietante. L'aura
di misticismo emanata da queste spettacolari manifestazioni di forza della
natura è davvero fortissima. Capace, senza dubbio, d'impressionare degli
spiriti semplici fino a una scelta così estrema e definitiva: un biglietto
di sola andata per una clausura senza mezzi termini. Fanatismo o scelta di
vita ragionata? Visitiamo
l'interno di uno dei monasteri ortodossi. All’ingresso a Carla viene
consegnata una pesante gonna nera, da indossare sopra i pantaloni. Entriamo
in una piccola chiesa. La densità di figure, la fitta trama delle
iscrizioni che riempiono le pareti ci colpisce. Ogni angolo è disegnato,
sfruttato per raccontare una storia, per insegnare qualcosa. Carla ne è
affascinata. A me invece questa ridondanza di particolari, lo stile
sovraccarico delle decorazioni, incute lo stesso timore che provo
all'interno delle chiese cattoliche. La sensazione di soffocamento, la
voglia di fuggire a gambe levate. Ripartiamo
per Salonicco. La pianura della Tessaglia ci corre sotto velocemente,
disseminata di chiesette con le pareti bianche e il tetto rosso, pastori
bambini e alveari e vecchiette che vendono frutta sul bordo della strada. L'approccio
con Salonicco sono le sue strade sudice, l’ammassarsi disordinato di
palazzi dalle facciate scrostate, balconi, antenne, smog, cartelloni
pubblicitari, motorini scassati che fanno un rumore assurdo. L'effetto è
quello di una periferia povera e degradata. Decidiamo di non approfondire.
La Turchia è ancora lontana. Sfrutteremo le ultime ore di luce per fare
qualche altra decina di chilometri e guadagnare almeno la costa. Al
tramonto avvistiamo l'Egeo. Ci fermiamo nel primo paese che incontriamo, una
località balneare di lungomare e localini, atmosfera stanca di fine
stagione, popolazione costituita da famigliole e persone anziane. Troviamo
una stanza per dormire. Troviamo un ristorante per ingozzarci di Soublaki e
Moussaka e formaggio. GIORNO
4: ASPROVALTA - KAVALA - ALEXANDROPOLI (KM 250) Ci
svegliamo con la sensazione di aver dormito moltissimo, d'un sonno profondo
e ristoratore. Usciamo dalla pensione direttamente in costume. Dobbiamo solo
attraversare la strada per tuffarci in mare. Una nuotata nell'Egeo, prima di
partire. La
strada costiera ci culla in morbidi curvoni da quinta piena, alimentando la
nostra sensazione di benessere. Attraversiamo mari gialli di stoppie di
grano appena mietuto, lambiti da laghi scuri di stoppie bruciate. Alexandropoli
è il traguardo di questa nuova tappa. C'arriviamo al tramonto. Trasportiamo
il nostro agile bagaglio nel solito cheap hotel. Questo è stato ricavato in
un vecchia casa di stile inglese, propri di fronte al piccolo porto. Due
piani, pavimento morbido di moquette, arredamento anni Cinquanta. Ci
accoglie una signora gentilissima, che parla bene l’inglese e il francese.
Carla può dare sfoggio della sua bravura. Io arranco qualche commento nel
mio inglese approssimativo. Usciamo
a fare un giro sul grigio lungomare cementificato. C'inoltriamo per le
strade regolari che si dipartono perpendicolarmente alla direttrice
principale. Man mano che ci allontana dal centro, ai negozi scintillanti di
abbigliamento si sostituiscono vetrine polverose e male illuminate che
offrono merci poco attraenti. Ovunque si accumulano miseria e sporcizia. Passiamo
la serata seduti al bancone di una birreria alla moda. L'ambiente è saturo
di fumo e di musica degli U2. Il barista-deejay si muove al ritmo di
“Sunday bloody sunday” e fa roteare in aria i bicchieri, prima di
riempirceli di Heineken ghiacciata. Ci prende in simpatia e ogni paio di
boccali che svuotiamo, ci offre un drink o una tequila. Verso l'una trascino
Carla fino alla pensione, sotto una pioggia battente che non abbiamo sentito
cominciare. GIORNO
5 ALEXANDROPOLI - TEKIRDAG - ISTANBUL (KM
300) Al
mattino sta ancora piovendo. C'incartiamo accuratamente nelle nostre tute
antipioggia. Ci prepariamo ad affrontare gli ultimi chilometri che ci
separano dalla Turchia. Si sente odore di confine, nei villaggi sempre più
poveri che attraversiamo, nell'infittirsi di basi militari e camion verdi
oliva. La
frontiera. Le operazioni burocratiche ci portano via un'oretta. Vaghiamo da
una scrivania all'altra, compilando moduli, esibendo documenti a funzionari
con la cravatta e la camicia a mezze maniche, pagando bolli. Alle dracme si
sostituiscono le lire turche che, a causa di un'inflazione selvaggia, si
contano a milioni. Finalmente varchiamo il confine. I colori, che erano il
bianco e l'azzurro, diventano il rosso e il bianco. Soldati adolescenti con
i mitra in spalla ci salutano sorridendo. Penetriamo
in Turchia lungo una statale disegnata senza troppa fantasia: riga e squadra
a tracciare una retta che si perde nell'orizzonte, movimentata solo di tanto
in tanto da qualche saliscendi. Sembra una di quelle solitarie autostrade
che attraversano il deserto americano. Intorno una pianura gialla e
sconfinata, cosparsa di rade case, distribuite senza un criterio visibile.
Non ci sono neppure strade a collegarle. Non si vedono nei dintorni negozi o
locali o luoghi d'aggregazione. Nessuna traccia della vita sociale dei suoi
abitanti. Man
mano che ci avviciniamo a Istanbul le case diventano palazzi a più piani e
tendono a concentrarsi in agglomerati di maggiori dimensioni, a costituire
delle specie di quartieri-satellite dotati di un minimo d'infrastrutture.
Incontriamo gruppi di giovani che camminano
ai bordi della statale, spostandosi probabilmente da un'isola di cemento
all'altra. Talvolta si lanciano in rischiosi attraversamenti. Molti
indossano blazer blu, camicia bianca e cravatta, la tenuta degli allievi
delle scuole medie e superiori. La
periferia di Istanbul inizia poco dopo, con largo anticipo sulle nostre
previsioni. Mancheranno ancora almeno cinquanta di km al centro e già
cominciano a correrci incontro enormi palazzoni di cemento armato senza
balconi, punteggiati di minuscole finestre, tanto simili a quelli che
deturpano le periferie di qualunque metropoli europea. L'unica differenza è
che questi sono dipinti di celeste, lilla, arancione: colori vivaci scelti
forse nel tentativo di stemperare la tristezza di queste case-alveare.
L’effetto è grottesco. Dalla
statale scivoliamo nel complesso reticolo di tangenziali e raccordi che
ingabbia la città. La navigazione si fa difficoltosa. Carla si da fare come
può con la carta stradale, m'impartisce istruzioni sempre meno convinte. Il
traffico intanto è diventato molto intenso. Veicoli d'ogni tipo ci
sfrecciano accanto a velocità folle, sorpassandoci a destra e sinistra. Mi
sembra di giocare una sorta di roulette russa, tra camion, furgoni, vecchie
carcasse d'auto cariche di spoiler e accessori d'ogni tipo. A un certo punto
finiamo su uno degli enormi ponti che scavalcano il Bosforo. Ci accorgiamo
di essere andati troppo oltre quando leggiamo il cartello "Benvenuti in
Asia". Invertiamo la marcia, seguiamo ad intuito alcune indicazioni di
località sconosciute e che non troviamo sulla carta. Basta un'assonanza,
una vaga corrispondenza con nomi che abbiamo letto (o ci sembra di ricordare
di aver letto) sulla guida, per convincerci a imboccare un'uscita. Ad alcuni
bivi decidiamo la direzione orientandoci col Sole. Dopo
una buona mezzora ci sembra di aver raggiunto un livello un po' più elevato
in questo immenso videogioco. Il paesaggio che vediamo scorrerci intorno
sembra un tantino meno periferico. Ci fermiamo a chiedere indicazioni. Lo
facciamo in inglese, ma naturalmente i nostri interlocutori non capiscono
una parola di questa lingua. Devono tuttavia riconoscere alcuni dei vocaboli
con i quali infarciamo le nostre richieste, probabilmente qualcuno dei
termini che designano i luoghi verso i quali siamo diretti: Sultanahmet,
Topkapi… Allora tutti si lanciano regolarmente, con lodevole impegno ma
scarsa chiarezza, in sproloqui lunghi e articolati, rigorosamente in turco,
conditi da gesti d'ogni tipo: mani e braccia agitate in mille direzioni
diverse disegnando nell’aria svolte, salite, sottopassaggi. Chiusa
questa parentesi comica - che ci ha visto anche finire per errore in un
parcheggio di pullman e vagare per buoni dieci minuti al suo interno, prima
di guadagnare l'uscita - riusciamo in qualche modo a raggiungere il centro.
Ci fermiamo a un Tourist Information per farci consigliare una pensione. Ne
scegliamo una nel cuore del Sultanahmet, "stanze linde con doccia, 35 $
la doppia". C'infiliamo nuovamente nel flusso del traffico, seguendo le
dettagliate indicazioni dell'impiegato. A un semaforo veniamo affiancati da
un poliziotto, su una BMW da enduro dipinta di nero opaco, equipaggiata con
sirena, radio e tutto il resto. Lui è senza casco, fasciato in una tuta
blu, anfibi e mitraglietta a tracolla. Ci guarda con aria di sfida. Più da
motociclista che da tutore dell'ordine. Scatta il verde e lui parte
impennando. Incasso in silenzio. La
Star Pension corrisponde in pieno alla descrizione della guida. In più è
in una stradina caratteristica e piena di vita, sulla quale si affacciano
vecchie case con la facciata di legno e locali d'ogni tipo. Oggi ospita
addirittura una sorta di mercatino rionale. Dopo una contrattazione breve ma
incisiva fissiamo il prezzo: l’equivalente di 150 $ per cinque notti. Dopo
si vedrà. Unica controindicazione: non hanno il garage. E la moto? No
problem. Braccia forti afferrano il Giesse e lo depositano all'interno di
una lavanderia. E' dello stesso proprietario della pensione. La moto potrà
restare qui per tutta la nostra permanenza, parcheggiata accanto all'asse da
stiro dove si affanna una grassa signora. Al
tramonto ci sorprende per la prima volta la cantilena dei muezzin, che
altoparlanti gracchianti diffondono in tutto il quartiere. La litania evoca
in noi la suggestione di luoghi e abitudini e stili di vita dei quali finora
avevamo solo letto o sentito parlare. Ci sentiamo davvero lontani da casa,
immersi in una realtà tanto diversa e affascinante. GIORNI
6,7,8,9,10: ISTANBUL
Istanbul
è immensa e brulicante di persone e veicoli e attività. Tutto sembra
eccessivo: enorme, colorato, profumato, veloce, confuso. Visitiamo
Santa Sofia e la Moschea Blu, ma anche le moschee minori di quartieri
periferici. Ci facciamo affascinare dall'atmosfera che, invariabilmente, vi
regna. Le troviamo rilassanti, luminose, colorate. Invitano alla pace,
infondono serenità. Oltre che luoghi di culto sembrano veri punti
d'aggregazione per la comunità. Sono così accoglienti che ti fanno venire
voglia di restarci a chiacchierare amabilmente. Passiamo
alcuni pomeriggi vagando per gli sconfinati mercati che si estendono per
interi quartieri, dove si affollano venditori di merci di ogni tipo, in una
stridente commistione di artigianato e high tech. Ci lasciamo trascinare dal
movimento di fondo che sembra percorrerne le direttrici in un moto perpetuo,
dipartendosi in mille terminazioni secondarie, lungo tentacoli di vie
piccole e piccolissime. A ogni angolo c'è un venditore di kebab. Già dal
primo mattino il suo odore invade la città. A qualsiasi ora e in qualsiasi
luogo è possibile vedere persone che azzannano i tipici panini imbottiti
con quella carne speziata. Noi ne facciamo la base della nostra
alimentazione, assaporandone con entusiasmo ogni variante. Dal
centro storico, nel quale si concentra gran parte di quello che c'è da
vedere e che pullula, naturalmente, di turisti, allarghiamo il nostro raggio
d’azione utilizzando ogni sorta di mezzo di trasporto: i tram traballanti,
i romantici traghetti che fanno la spola da un versante all’altro del
Bosforo, collegando la parte europea a quella asiatica, la breve linea
metropolitana, i temibili taxi, ricavati da vecchie berline Fiat,
accessoriatissimi e guidati in maniera folle da prepotenti autisti. Durante
una delle nostre peregrinazioni disordinate finiamo nel quartiere greco
ortodosso. Ci perdiamo nel labirinto di viuzze tortuose, case coloratissime
e diroccate, panni appesi alle finestre, frotte di bambini scalzi e sudici
che ti chiedono qualcosa: soldi o una fotografia o un sorriso. Passiamo
anche una serata nel quartiere di Beyoglu, il più elegante e modaiolo - e
quindi meno caratteristico - popolato di locali di stile europeo, brulicante
fino a notte inoltrata di gente d'ogni risma. Abbiamo
modo di cogliere i mille volti della miseria di questa città: nella folla
che si assiepa per le strade; nei negozi vuoti e disadorni; nella gente che
ti chiede soldi in cambio dei più disparati servizi; nell’insistenza
commovente dei bambini lustrascarpe; negli sguardi impassibili dei vecchi
cenciosi seduti di fronte a vecchie bilance: una pesata in cambio di una
moneta; nei disoccupati che si offrono come facchini davanti ai camion da
scaricare, con una strana intelaiatura di legno fissata alla schiena con
cinghie di cuoio, in attesa di essere affardellati come asini; nelle
numerosissime, minuscole sartorie a buon mercato; nelle botteghe che
sembrano emerse dal nostro dopoguerra e che vendono bottoni o chiusure lampo
o fibbie, o utensili; nelle auto vecchie di trent’anni; nei palazzi
fatiscenti; nelle case di legno abbandonate; nelle miserabili baracche delle
periferie; nell’assenza degli squilli dei telefonini; nello strano
salvagente di un bambino che si immergeva nelle acque fetide del porto:
tante bottiglie di plastica vuote legate insieme con una corda. GIORNO
11: ISTANBUL - ANKARA - KAMAN -
KIRSEHIR
- NEVSEHIR (KM 750) Ripartiamo
da Istanbul con la sensazione di averne solo sfiorato l'essenza. Eppure,
ripensando ai pochi giorni che c'abbiamo trascorso, ci rendiamo conto
d’avere accumulato un’infinità di ricordi. Forti
dell’esperienza dell’andata, ripercorriamo con maggior sicurezza il
groviglio delle tangenziali. Ci districhiamo
a malincuore dal loro abbraccio metropolitano. Ci lasciamo alle
spalle le sterminate periferie, il loro arcobaleno di alienazione. Quattro
ore d'autostrada senza storia. Il Giesse torna ad accarezzare i 180. Saliamo
un po'. L'aria si fa frizzante. Scendiamo. Planiamo verso Ankara. La vediamo
solo da lontano e ci appare grigia e senza vita, nascosta dalla nuvola di
smog che la circonda, deposta come per scherzo in mezzo a un deserto
stepposo. Deviamo
a Sud, verso la Cappadocia. Ancora duecentocinquanta km di una strada
praticamente deserta, rivestita di un asfalto approssimativo (lo fanno così:
uno strato di bitume appiccicoso, una gettata di breccia, una passata di
schiacciasassi a compattare il tutto). Attraversiamo un paesaggio irreale,
dune gialle di stoppie di grano a perdita d'occhio, a simulare il Sahara.
Ogni tanto le oasi verdi di un orti fortemente voluti, intorno a case
coloniche germogliate come funghi caparbi. Si
avvicina il tramonto e l’azzurro del cielo comincia a striarsi di rosa e
di arancio. Su questo sfondo variegato si allarga il giallo oro della Luna
piena. La sua luce piove sul brullo paesaggio che ci circonda fino a
saturare l'atmosfera. Arriviamo a Nevsehir, nel cuore della Cappadocia,
immersi nelle mille sfumature di un crepuscolo che proietta su di noi ombre
lunghissime. I
colori e le luci sembrano rappresentare l’unica ricchezza di questo paese
che, per il resto, ci appare piuttosto squallido. Rimediamo a prezzo
ridicolo una stanza in un alberghetto di quart’ordine. La povertà si
percepisce nell’esagerata cortesia del personale, nelle ridondanti
manifestazioni di gratitudine nelle quali si sciolgono per una mancia pari
all’equivalente di poche centinaia di lire. Non c’è acqua calda,
naturalmente. Immobilizzo Carla sotto un getto di acqua gelida, incurante
delle sue urla. Ci facciamo in due una doccia veloce e approssimativa, prima
di uscire a cercare un posto dove mangiare qualcosa. Sono
appena le nove ma le strade sono già deserte. L’ultimo locale illuminato
sulla strada principale ha la serranda mezza abbassata. I camerieri sono
riuniti a un tavolo a banchettare con gli avanzi della giornata. Il padrone,
seduto dietro la cassa, conta i soldi dell’incasso, mazzetti di banconote
sdrucide dagli importi milionari. Ci affacciamo alla porta titubanti,
temendo quasi di disturbare. Veniamo invece accolti con mille riguardi,
accompagnati a un tavolo, sfamati con l’ennesimo kebab, che la fame e la
stanchezza ci fanno sembrare davvero delizioso. GIORNI
12,13,14: CAPPADOCIA
La
mattina ci sorprende con il frastuono del traffico disordinato che intasa la
strada del nostro albergo, composto da vecchie moto, furgoni scassati,
carretti di venditori ambulanti, gruppi di studenti incravattati che vanno a
scuola. Di tanto in tanto al rumore di fondo si unisce l’urlo del muezzin,
gracidante a tutto volume dall’altoparlante della vicina moschea.
Scendiamo nello stanzone che funge da ristorante, vuoto e miserabile, nel
suo arredamento pomposo e fatiscente di velluti viola e logori. Ci
riforniamo di energia con una generosa colazione alla turca: ricotta salata,
uova sode, pomodori, cetrioli e il pane bianco e morbido che si trova da
queste parti. Ci beviamo sopra diverse tazze di caffè solubile. Ci sentiamo
riposati e carichi di aspettative per le giornate che passeremo in questa
regione nuova e affascinante. Recuperiamo
il Giesse dal suo nuovo garage: questa volta è un piccolo ristorante,
gestito da un amico dell’albergatore. Dentro ci sono un paio di clienti
che fanno colazione, per nulla stupiti, accanto alla moto impolverata.
Partiamo alla scoperta della Cappadocia, lungo strade strette e male
asfaltate, che s’insinuano nelle pieghe di questo frastagliato deserto di
pietra. La
Cappadocia è una distesa infinita di formazioni rocciose di un
giallo-grigio che la luce del tramonto accende di rosa, dalla forma
stravagante, modellata nel corso dei millenni dalla fantasia degli agenti
atmosferici. Alcune delle pareti tufacee sono state scavate, in tempi
preistorici, per ricavarne abitazioni fresche e difficilmente attaccabili,
costituendo villaggi trogloditi che oggi emanano un fascino inquietante e
misterioso. La regione è talmente ampia da riuscire ad assorbire con
disinvoltura la massa di turisti, mantenendo un aspetto ameno e
incontaminato. Trascorriamo
alcune giornate passeggiando lungo stretti sentieri che costeggiano un
paesaggio monotono. Ci capita di passare ore intere senza incontrare
nessuno. L’unica
presenza sono gli spettri degli antichi abitanti di queste grotte scavate
nel tufo, i disegni e le iscrizioni che testimoniano il loro passaggio in
questa landa infuocata. Il silenzio ossessivo ci assorda; perfino i rari
rumori, il lento frusciare del vento ci giungono come attutiti. Reduci da
caotiche giornate metropolitane ci sentiamo sbalzati su un altro pianeta,
inospitale e ricco di suggestioni. Combattiamo
la vertigine inerpicandoci sui pinnacoli di antiche fortificazioni, il senso
di claustrofobia percorrendo i cunicoli bui di sconfinate città
sotterranee. Torniamo al nostro albergo-topaia la sera, esausti e
impolverati. Recuperando
la moto dopo una di queste escursioni conosciamo un terzetto di ragazzi
svedesi. Viaggiano su tre XT 600 nuove di zecca, equipaggiate con enormi
motovaligie d’alluminio e serbatoi maggiorati. Ci scambiamo commenti sulla
Turchia, sulle motociclette, sulle strade malconce che abbiamo percorso per
giungere fin qui. Poi loro ci raccontano l’avventura stupenda che hanno
progettato alcuni anni fa, che stanno realizzando da un paio di mesi.
Espongono con naturalezza la semplice ricetta di questo sogno. Prendere un
periodo d’aspettativa dal lavoro, prosciugare il conto in banca, comprare
tre motociclette uguali e partire per un viaggio attraverso buona parte del
Nord Europa e poi Turchia, Siria, Giordania, Israele, per concludere in Nord
Africa (in Marocco, forse…). Tempo di percorrenza: un anno, per poter fare
le cose con calma, senza dover rimpiangere, poi, di non essersi potuti
trattenere un po’ più a lungo in una località particolarmente
suggestiva. Incassiamo il colpo e ripartiamo pieni d’invidia, il nostro
viaggio avventuroso, lungamente cullato nel nostro immaginario,
improvvisamente ridimensionato a una scampagnata fuori porta. GIORNO
15: NEVSHEIR - SULTANHANI - KONYA (KM 250) Il
tempo per noi scorre inesorabilmente. Il numero delle giornate di ferie
residue si assottiglia. Ingoiamo la voglia di restare, raccogliamo le nostre
cose e ripartiamo, sulle ali della voglia di continuare. Puntiamo
verso Konya. Attraversiamo l’altopiano dell’Anatolia lungo una
superstrada rettilinea che ripercorre un’antica via carovaniera. In mezza
giornata ci lasciamo alle spalle l’equivalente di settimane di
trasferimento a dorso di cammello, d’asino, di cavallo, al seguito di
lenti carri stracarichi di merci. Ci corrono incontro a velocità
stratosferica le migliaia di pali di legno delle linee elettriche, che
costeggiano la strada con costanza commovente, lungo centinaia di km di
uniformità disarmante. Che andiamo forte se ne accorge anche l’assonnata
polizia turca. Ci becca in flagrante la fleshata di un inatteso autovelox.
Poco più avanti c’è il posto di blocco, dove riceviamo incomprensibili
spiegazioni e veniamo alleggeriti di svariati milioni (solo sessantamila
lire, al cambio, per fortuna). A
Sultanhani ci fermiamo a visitare il Caravanserraglio. La costruzione si
erge sui suoi blocchi di pietra squadrata, come un miraggio nella polvere
del circondario (tale doveva apparire agli stanchi mercanti delle carovane,
per i quali rappresentava la tappa intermedia del viaggio interminabile
verso Ankara). Attorno alle sua mura imponenti è sorto disordinatamente un
miserabile villaggio di baracche e case fatiscenti e locali bui e spogli,
affollatissimi di vecchi intabarrati che sorbiscono thè o caffè. I pigri
avventori fissano me e Carla e la moto con aperta curiosità. Sembrano
colpiti soprattutto da Carla, dalla sua tenuta da motociclista. E’
evidente come, mano a mano che ci si allontana dal cosmopolitismo
metropolitano di Istanbul, da quello della Cappadocia, determinato dai
flussi turistici, vada crescendo l’influenza dei costumi di vita islamici.
Nei villaggi dell’entroterra che incontriamo si respira una maggiore
intransigenza: le donne hanno sempre il capo coperto, i locali sono
frequentati da soli uomini, è bandita dalle strade qualsiasi manifestazione
troppo chiassosa o irriverente. GIORNI
16,17: KONYA
A
Konya si coglie più che altrove il contrasto tra i costumi occidentali e
quelli tradizionali. Antico e moderno convivono in una commistione
inestricabile di carri trainati da cavalli e automobili luccicanti. Passiamo
un paio di giornate oziose, in giro per i negozi e i bazar. La sforzo
maggiore sembra essere quello di respingere gli innumerevoli venditori di
tappeti, che ci arpionano ogni pochi metri con i loro “where are you from”.
E’ il prezzo che dobbiamo pagare per poter osservare da vicino lo
spettacolo affascinante della realizzazione di queste opere. Donne
impassibili con mani da bambine annodano con movimenti velocissimi i fili di
diversi colori su una trama principale di sottili funi parallele, tese su
un’intelaiatura di legno. Quello che non sembra altro che un groviglio
sfilacciato poi viene compattato con una specie di pesante pettine metallico
e rasato con una lama affilatissima. Lentamente, fila dopo fila, mese dopo
mese, emergono dal nulla coloratissime decorazioni geometriche, disegni di
stupefacente perfezione. E’ un lavoro di pazienza che ai nostri occhi
appare assolutamente snervante come pure inconcepibile, per la pragmatica
mentalità occidentale, è la quantità di tempo necessario per tessere un
tappeto con questa tecnica. GIORNO
18: KONIA - BEYSEHIR - ANTALYA - KEMER (KM 400) Lasciando
Konya il paesaggio cambia di nuovo. Per raggiungere la costa dobbiamo
scavalcare l’imponente catena montuosa dei Tauri, svelando un nuovo
aspetto di questa nazione dagli infiniti paesaggi. Saliamo di quota. Alle
gialle pianure dell’Anatolia si sostituiscono gli speroni di roccia e i
sassi di queste montagne inospitali. I villaggi si diradano. La strada si fa
sempre più stretta e ripida intricandosi in un’infinità di tornanti. Le
uniche presenze umane sono i venditori al bordo della strada che offrono ai
rari passanti miele, frutta, bibite. Tocchiamo quota duemila e cinquecento.
Il freddo si fa pungente. Poi inizia la discesa. Scivoliamo a valle per
decine di chilometri. All’improvviso vediamo profilarsi all’orizzonte la
striscia azzurra del mare. Iniziamo
la risalita della costa turchese in senso antiorario. Assorbiamo il
cambiamento climatico e il nuovo profumo salmastro. Dopo alcuni giorni di
clima continentale siamo ripiombati in un’estate torrida. D’ora in poi
sarà già un po’ ritorno. Raggiungiamo
Antalya. Ne sfioriamo appena la periferia, così simile a quella delle altre
città turche che abbiamo incontrato fin ora. Viaggiamo per il resto della
giornata lungo una strada litoranea rettilinea e un po’ monotona, che
guadagna movimento e panorami mano a mano che la costa si fa più
frastagliata. Ci fermiamo a Kemer, località turistica consigliataci da un
venditore di tappeti di Konya. Kemer
sembra un immenso villaggio Valtur per turisti europei di mezz’età.
Passeggiamo per un largo viale porticato, affollato da tedeschi e polacchi
in bermuda, costellato di fast food e negozi di abbigliamento italiano.
Ovunque gambe bianche e flaccide, borselli a tracolla, vecchie grasse e
ingioiellate a caccia di un’ultima conquista da fine stagione, venditori
ambulanti insolitamente aggressivi. Restiamo a Kemer il tempo di cenare, di
dormire qualche ora in una camera rimediata a poco prezzo presso una
famiglia locale. GIORNI
19, 20: KEMER - KAS - FETHIYE - OLUDENIZ
(KM 250) Ripartiamo
di buon ora, accompagnati da un sole implacabile, lungo una strada splendida
che ci offre una gamma infinita di paesaggi, a tratti arrampicandosi sulle
montagne scoscese che sorgono quasi a picco sul mare, a tratti tornando a
seguire da vicino una costa rocciosa, nella quale ogni tanto si aprono delle
spiaggette candide. Arriviamo
a Kas, che ci innamora immediatamente col suo aspetto pittoresco e sbiadito
di borgo di pescatori. Resteremmo volentieri qualche giorno in questo
villaggio senza tempo, alla scoperta delle sue numerose spiagge di sabbia e
di ciottoli fronteggiate da un mare verdazzurro, ma il tempo stringe e dopo
un paio di giorni proseguiamo per la penultima tappa in terra turca. GIORNI
20, 21: OLUDENIZ - FETHIYE - MUGLA - AYDIN - KUSADASI (KM 300) Oludeniz
si rivela una località più modaiola, posta ai margini di una splendida
laguna di acqua trasparente, separata dal mare aperto da una sottile lingua
di sabbia. Alle spalle della spiaggia si stagliano delle formazioni rocciose
scure e coperte di vegetazione, le cui cime si perdono tra le nuvole a una
quota che non deve essere inferiore ai duemila metri. Il contesto si presta
incredibilmente bene alla pratica del parapendio, che ben presto scopriamo
essere lo sport locale. Già nelle prime ore del mattino il cielo si popola
di vele colorate. Io e Carla restiamo affascinati a fissare lo spettacolo. A
gruppi di dieci o quindici i paracadutisti si lanciano dalle montagne a
ridosso della spiaggia e, dopo aver volteggiato nell’aria per alcuni
minuti, atterrano su un piazzale di cemento ricavato in uno slargo del
lungomare. I più bravi riescono a far stallare il paracadute a pochi metri
da terra e atterrano in piedi, con elegante disinvoltura, all’interno di
un cerchio disegnato come bersaglio. Quando sgusciano fuori dalle tute
scopriamo dalla carnagione e dagli accenti che si tratta di paracadutisti
provenienti da ogni angolo d’Europa. Oloudeniz è una specie di ritrovo
per appassionati di parapendio e non è difficile immaginare il motivo. Deve
essere meraviglioso volteggiare sopra questa laguna verde smeraldo,
dominando dall’alto un paesaggio incantevole, fatto di mare e di montagna. Siamo
ripartiti da Oloudenitz alla volta di Kusadasi, che dovevamo raggiungere in
serata. Lì avremmo passato l’ultima notte in Turchia. La mattina dopo
avremmo preso un traghetto per l’isola di Samos, già in territorio greco,
dove ci attendeva la coincidenza con un secondo traghetto, che ci avrebbe
portato a Atene. A
Kusadasi arriviamo invece a mezzanotte passata, dopo ore di valzer su e giù
per la tortuosissima litoranea, che ci ha costretto a una media ridicola. Il
nostro traghetto partirà alle sette del mattino. Pagare una camera per
poche ore di sonno ci sembra un’inutile spreco. Decidiamo di fare nottata
in giro per il paese. Partiamo senz’altro alla ricerca di qualche locale
aperto. Kusadasi
sembra deserta e senza storia, anonima e assopita. Ne percorriamo le strette
strade un po’ demoralizzati, con la moto carica di bagagli e le nostre
schiene cariche di chilometri, gli occhi stanchi di cogliere paesaggi e
indicazioni stradali, il culo che fa male, dopo tante ore di sella. Stiamo
per rinunciare al nostro proposito quando cogliamo l’eco lontano ma
inconfondibile della disco music sparata a tutto volume. Come topi incantati
da un pifferaio, seguiamo la scia sonora pieni di speranza e di curiosità.
C’inoltriamo in un labirinto di strade secondarie e vicoli sconnessi con
le orecchie ben tese. Le vibrazioni dei bassi percorrono le mura scrostate
di case fatiscenti, aumentando d’intensità mano a mano che ci avviciniamo
alla loro fonte. Giungiamo in una zona meno periferica. Comincia a vedersi
un po’ di gente per strada. Attraversiamo sotto lo sguardo severo di
alcuni poliziotti quella che sembrerebbe essere un’area pedonale.
Sbuchiamo in un largo viale sfavillante di luci e di rumori.
All’improvviso ci sembra di essere finiti nel lungomare di Rimini nel
pieno della stagione. Lungo la strada si allineano a perdita d’occhio una
serie di disco bar affollatissimi. Dalle porte aperte fuoriescono decine di
ritmi musicali che si mescolano in un frastuono di fondo. Ragazzi e ragazze
turchi ed europei si accalcano davanti alle entrate, arginati da nerboruti
buttafuori. Parcheggiamo la moto e ci buttiamo nella mischia. Scegliamo
un locale affollato. Ci facciamo largo nella cortina di musica e fumo e
gente che balla, nell’odore intenso di sigarette e traspirazione.
Guadagnamo il bancone e ordiniamo un paio di birre. Le buttiamo giù senza
troppi complimenti. Sciacquiamo via un po’ di polvere del viaggio,
l’arsura accumulata in tanti chilometri di strada sotto il sole impietoso
di questa giornata lunghissima. Ordiniamo di nuovo da bere, senza badare a
spese, per oggi: dobbiamo bruciare gli ultimi milioni di lire turche:
inutile cambiarli un’altra volta, facendoci dissanguare dalle commissioni
di cambio… Con questa scusa parte la terza birra, mentre l’alcool
comincia a impastarsi con la stanchezza. Ci lasciamo trasportare dall’ebrezza
leggera, dalle note distorte dell’heavy metal dozzinale che suonano in
questo locale. Carla mi trascina in mezzo alla pista. La seguo, stralunato e
legnoso e accaldato, nel giubbotto di cuoio da moto che non mi fido ad
abbandonare da qualche parte. Ci mettiamo a ballare pure noi, sudando e
sgomitando nel caldo umido e alcolico che ci avvolge. La
pista è affollata soprattutto di giovani turchi e di ragazze tedesche o
inglesi, bionde e slavate e invariabilmente molto abbondanti. I giovani
turchi le dardeggiano di occhiate cariche di desiderio. Io non perdo di
vista Carla e mi gusto lo spettacolo. Usciamo
dal locale e imbocchiamo l’entrata immediatamente accanto. Veniamo accolti
da sonorità pesanti di Acid House e dalla solita miscela di fumo e sudore.
I milioni da spendere sono ancora diversi. Guadiamo il nuovo fiume di umanità
scalmanata, approdiamo a un nuovo bancone. Ordiniamo un paio di drink.
La
giostra prosegue fino alle quattro quando, come se fosse suonata la fine
delle lezioni, la musica si spegne. Tutti i locali si svuotano
contemporaneamente. La gente defluisce ordinatamente nella strada. I ragazzi
spariscono rapidamente nei vicoli bui, a piedi, su moto scassate e motorini
rumorosi. Le tedesche grasse, stropicciate e con le gote accese, imboccano a
gruppetti di quattro o cinque la strada delle pensioni a buon mercato dove
alloggiano. Le più fortunate s’imboscano con la conquista della sera. Ci
restano ancora un paio di ore alla partenza del traghetto. Le passiamo
sonnecchiando su una panchina del porto, in attesa dell’apertura
dell’ufficio doganale. GIORNO
22: KUSADASI - (traghetto) - SAMOS
Alle
11 approdiamo a Samos, isola greca a pochi chilometri dalla costa turca. Qui
dobbiamo prendere la coincidenza col secondo traghetto che, secondo le
incerte informazioni che abbiamo raccolto in Turchia, dovrebbe partire nel
pomeriggio. Passeggiamo nel porticciolo di case imbiancate a calce,
sovrastato da brulle colline pietrose, sotto il Sole ardente di mezzoggiorno.
Troviamo l’ufficio della compagnia di navigazione. Entriamo a fare i
biglietti. Un’odiosa impiegata c’informa senza troppi complimenti che il
primo traghetto per Atene partirà solo il giorno dopo. La
notizie ci sorprende. Facciamo rapidamente due conti e c’accorgiamo che
non riusciremo a rientrare a Perugia per il lunedì successivo. Ci tocca
avvertire in ufficio che tarderemo di un giorno. Quest’imprevisto ci
restituisce crudelmente la dimensione della nostra scarsa libertà di
movimento. In questi giorni abbiamo vissuto senza programmi predefiniti,
guidati unicamente dall’ispirazione del momento e dalla nostra curiosità.
Ora la catena dei doveri quotidiani ci serra di nuovo le caviglie. Abbiamo
allungato il collo fino al limite del nostro campo d’azione: non possiamo
fare altro che tornare indietro. Chiamiamo
in Italia e parliamo coi nostri rispettivi capi ufficio. Le loro voci ci
giungono consuete, impastate del grigiore di un quotidiano che non amiamo.
Ci restituiscono, moltiplicata per cento, l’insofferenza antica. Sentiamo
che il viaggio è davvero finito. Ancora una notte in quest’isola, un paio
di traghetti, un breve trasferimento e saremo di nuovo a Perugia. A casa. GIORNI 23-24-25: SAMOS - ATENE - (traghetto) - PATRASSO - (traghetto) - ANCONA - PERUGIA (KM 400)
Di Daniele e Carla......
|
||||||||||||||||||