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Premessa Quando non si è viaggiatori per professione ma solo per profonda passione, diventa indispensabile contemperare la sete di nuovi spazi e d’avventura con le esigenze imposte dal quotidiano. Spesso la gabbia dei doveri serra con troppa crudeltà le ali dello spirito, ma tant’è… fino alla costruzione di una società migliore di questa, gli elementi indispensabili per incendiare la benzina del nostro entusiasmo continueranno a essere il tempo e il denaro. E per chi è costretto a lavorare per procurarsi il secondo, il primo resterà sempre un bene prezioso e limitato. Avevamo
pianificato il viaggio da mesi, pensando di poter contare sulle canoniche
tre settimane di ferie, da prendere magari all’inizio dell’autunno (a
detta di tutti il periodo più adatto per visitare il Marocco in moto),
poi una serie di vicissitudini hanno fatto sì che potessimo partire
solamente a cavallo di ferragosto e, soprattutto, solo per due settimane.
La cosa più logica sarebbe stata, probabilmente, quella di cambiare meta
ma ormai il nostro immaginario aveva galoppato troppo a lungo su e giù
per le montagne dell’Atlante e lungo le piste sabbiose del deserto e i
vicoli tortuosi delle medine delle città imperiali, per poter sostituire
a quelli altri fondali. Abbiamo ridisegnato sulla carta la lunga linea
spezzata che ci avrebbe guidato alla scoperta di questa nazione sintesi di
tanti diversi paesaggi, sacrificando qualche località “marginale”,
riducendo al minimo le permanenze nelle diverse città, allungando al
massimo le tappe del lungo trasferimento fino allo stretto di Gibilterra.
Abbiamo messo in preventivo di “bruciare” in sole quattro giornate i
5200 km di autostrada che riempiono di noia la tratta Roma - Algeciras -
Roma. Ci restavano, aggiungendoci il w-e che precedeva l'inizio delle
ferie "ufficiali", 12 gg effettivi da spendere in Marocco. Non
moltissimi ma… Ven
10:
Roma - Savona (km 600) Partiamo direttamente all’uscita dall’ufficio, per tirare via qualche centinaio di chilometri dal fardello d’autostrada che c’è riservato nei due giorni a venire. Appena il tempo di passare da casa, caricare sulla moto il bagaglio già preparato dalla sera prima e siamo in viaggio. Ci liberiamo a fatica dal soffocante abbraccio metropolitano di Roma. L’aria è rovente e satura di smog e di umidità. Ci chiediamo con un po’ di preoccupazione quale temperature ci aspettano nei prossimi giorni, nel profondo sud del Marocco. L’Aurelia ci accompagna per un paio d’ore, consueta e familiare, offrendoci paesaggi visti mille volte, mentre sorpassiamo una dopo l’altra le station wagon dei vacanzieri diretti verso le diverse località di villeggiatura. Sulla Livorno - Genova il traffico è finalmente più scorrevole. Possiamo tirare un po’, con l’obiettivo di arrivare in serata in prossimità del confine con la Francia o addirittura di riuscire a montare la tenda in una delle attrezzatissime aree di sosta francesi (durante i trasferimenti è la maniera di pernottare più pratica ed economica, oltre che quella che consente di perdere meno tempo nelle operazioni di carico / scarico della moto). Attraversiamo Genova che sta facendo buio, sopra le assurde rampe di un’autostrada - tangenziale che sorvola il centro abitato come l’ottovolante di un gigantesco luna park. Guardiamo accendersi le luci fioche del suo porto per la seconda volta in meno di un mese, anche questa volta da lontano. Il nostro pensiero corre allo scenario di devastazione e di sangue con il quale Genova ci accolse solo poche settimane fa. Ricordi indelebili che nelle nostre menti legheranno per sempre questa città alle sensazioni dell’inquietudine e dell’indignazione. Ci chiediamo se un giorno riusciremo a visitarla davvero, penetrando con occhi da turisti nei recessi inviolabili della sua Zonarossa. Nei pressi di Savona ci sorprende la pioggia. Ci rifugiamo nel primo Motel, con la speranza di una migliore fortuna per l’indomani.
Sab
11: Savona - Amposta (km 1000) Guidiamo tutto il
giorno lungo autostrade intasate da un traffico senza tregua. Ogni tanto
la lunga processione di auto si congestiona in interminabili ingorghi di
lamiere infuocate sotto il sole rovente. Ringraziamo ancora una volta
l’agilità offerta dal nostro mezzo mentre ci lasciamo alle spalle
decine di chilometri slalomando tra le macchine ferme oppure percorrendo
con cautela la corsia d’emergenza.Cominciamo a notare come ai mezzi dei
vacanzieri europei si mescolino con frequenza sempre maggiore quelli dei
marocchini che rientrano in patria per le ferie: vecchi furgoni e
giardinette con targhe italiane, francesi, tedesche, cariche
all’inverosimile di merci d’ogni tipo: le briciole del benessere del
ricco occidente, che gli emigranti riportano casa, per condividerle coi
parenti rimasti in Africa.Al
tramonto siamo riusciti, nonostante tutto, a percorrere un migliaio di
chilometri: più o meno quanti ce ne aspettano per l’indomani. Usciamo
dall’autostrada e andiamo a dormire in un campeggio sulla costa, nei
pressi di Amposta, col culo rosso e la schiena indolenzita. Dom
12: Amposta – Algeciras (km 1000): In
Spagna la situazione traffico è notevolmente migliorata. Sul filo dei
centosessanta ci lasciamo rapidamente alle spalle paesaggi tipo far west,
brulle montagne e aride distese che sanno già d’Africa. Arriviamo ad
Algeciras al tramonto. Giusto il tempo di trovare una pensione nei pressi
del porto e di mangiare un boccone in una taverna sotto i portici del
viale che fronteggia il molo, in un’atmosfera multietnica che fa tanto
posto di confine. Lun
13: Algeciras – (traghetto) – Tangeri – Fes (km 350): Due
ore e mezza di traghetto (che le due ore regalate dal fuso trasformano in
mezz’ora appena) e sbarchiamo in Marocco. Avendo potuto effettuare a
bordo la maggior parte delle operazioni doganali, in breve riusciamo a
lasciare il porto, immergendoci nel traffico caotico di Tangeri. L’impatto
con l’Africa sono i suoi odori potenti, l’intrico disordinato di
persone e attività. Ci lasciamo rapidamente alle spalle la periferia di
Tangeri, i cumuli d’immondizia che macerano sotto un sole impietoso.
Puntiamo verso Fes, prima vera tappa del viaggio, lungo una strada
monocorsia, poco più di una striscia d’asfalto che si arrampica su un
mondo fatto di grano. Ragazzini cenciosi custodiscono capre e asini che
brucano tra le stoppie di grano; le case sono costruite con la paglia
impastata con chissà quale tipo di collante; gli animali arano i campi di
grano; le donne usano la farina di grano per le loro focacce e poi,
tornate nelle loro case di paglia, fanno bambini da mandare nel grano… Arriviamo
a Fes quando il sedere chiede pietà e, seguendo indicazioni vaghe e
contraddittorie per il centro, finiamo invece in una medina periferica,
assolutamente al fuori da qualsiasi itinerario turistico. In giro,
infatti, non vediamo neppure un viso europeo. Siamo circondati da una
folla di persone sciamanti che vendono, comprano, bevono tè alla menta,
tutto in maniera frenetica e corale. Noi e la nostra moto sembriamo
davvero precipitati da un altro pianeta e veniamo bersagliati da decine di
occhiate stupite, curiose, a volte – ma forse è solo una nostra
impressione – perfino torve. Proviamo a chiedere indicazioni ma nessuno
sembra in grado di comprendere il nostro linguaggio. L’odore degli
spiedini di carne che arrostiscono sui bracieri dei venditori ambulanti
contribuisce a farci girare la testa. Veniamo
fuori dall’intrico di strade e vicoli solo chiedendo al conducente di un
“petit taxi” di guidarci fino a una pensione che abbiamo scelto nella
guida fra quelle “economiche” e che si trova all’ingresso
dell’antica medina, il quartiere nel quale si concentrano le maggiori
attrazioni di Fes. Mar 14 / Mer 15: Fes Sveglia
alle 6 perché il grido stridulo del Muezzin, rimbalzato per tutta la città
da gracchianti altoparlanti, ci ricordano che è ora di alzarsi. La
levataccia, se non altro, ci consente di usare per primi i sudici bagni
comuni, che nelle ore a venire verranno presi d’assalto dalle decine di
routard marocchini ed europei che affollano la terrazza e i corridoi della
pensione, avvolti nei sacchi a pelo. Dopo
una veloce colazione partiamo alla scoperta della città lungo le
intricate strade della medina, ricavandone immediatamente vivide
impressioni. Tutto sembra una potenza dei nostri stereotipi: i bambini lo
sono al quadrato perché sembrano più piccoli e indifesi; i vecchi anche,
più malati e sofferenti; perfino gli animali sembrano più bestie che
altrove. Una sola costante: tutti hanno fame. Dalla
“Grande Rue”, una strada non più larga di tre metri che fa da spina
dorsale alla medina, si dipartono i vicoli bui dei diversi souck (mercati
“monotematici”, dedicati alle diverse forme di artigianato), tanto
intricati che nessuno è mai stato in grado, sembra, di disegnare una
mappa della zona. Tutto è molto stretto e angusto. Le botteghe, le
moschee, perfino i monumenti sembrano ingoiati dalla città e per trovarli
è sempre necessaria l’indicazione di qualche ragazzino locale. Questi,
d’altra parte, sono dappertutto: sporchi e frettolosi trasportano le
merci più svariate da un vicolo all’altro oppure ti assillano
offrendosi come guide o chiedendo denaro o regali. Il
secondo giorno scopriamo che una delle maniere più interessanti di
visitare questa specie di gigantesco labirinto è quella di vagare senza
meta per suoi meandri, lasciando che sia il caso a farci imbattere nei
suoi tesori nascosti, negli scorci più suggestivi e caratteristici.
Visitiamo l’antica Medersa, una sorta di Università degli studi
coranici. Non possiamo invece accedere alle Moschee: qui in Marocco sono
vietate ai non mussulmani. Di
souck in souck arriviamo a quello dei tintori. In cambio di pochi dirham
veniamo guidati fino a una terrazza che permette di dominare da una
posizione favorevole uno spettacolo che non dimenticheremo. Le concerie
sono vasche d’acqua colorata nelle quali quelli che ci sembrano i
dannati di un girone dantesco lavano, rimestano, spostano pelli di pecora
precedentemente essiccate al sole. L’odore di cadavere è nauseante, ci
mette un attimo a serrarti la gola e inevitabile arriva il conato di
vomito. L’attività comunque deve produrre un bel giro d’affari, a
giudicare dal traffico frenetico di muli, persone, pacchi e turisti. Gio 16: Fes - Merzouga (500 km) Di
nuovo in piedi alle 6. Scavalchiamo il tappeto di ragazzotti collassati
dall’hascisc che ingombra il corridoio della pensione, facendo
attenzione a non calpestare gambe, mani, chitarre. Recuperiamo la moto dal
garage dove ha riposato questi due giorni e partiamo. L’acqua scrosciata
dai lampi di ieri notte (il primo temporale a Fes dall’inizio
dell’anno, pare) ha ripulito un po’ l’aria e attenuato l’odore di
piscio e di immondizia che invadeva le strade intorno alla nostra pensione
(o forse siamo noi ad esserci abituati…). Partiamo
dunque col fresco ma più procediamo verso sud più la temperatura
aumenta. La metamorfosi del paesaggio, parimenti, è rapidissima.
All’inizio attraversiamo colline ricoperte da piccole foreste. Poi ci
sono ore di altipiani infiniti, stepposi e battuti da un vento fortissimo
e infuocato che ci fa quasi sbandare e ci toglie il respiro, seccando le
nostre mucose. Acquistiamo di nuovo quota lungo i mille tornanti che si
arrampicano sul fianco di montagne brulle e rocciose. Scivoliamo infine a
valle, in un paesaggio che ormai ricorda da vicino il deserto. A Er
Rachidia ci fermiamo a mangiare e a riposarci qualche ora, attendendo che
passino le ore
torride del primo pomeriggio. Alle
cinque del pomeriggio siamo a Erfoud, dove avevamo programmato di
pernottare, per raggiungere le dune di Merzouga la mattina successiva.
Siamo in notevole anticipo sulla tabella di marcia e così, considerato
che Erfoud ci appare squallidina e poco caratteristica, attingiamo alla
nostra riserva di energie e ci rimettiamo in viaggio. Già
nel tratto di strada che costeggia le Gole dello Ziz avevamo ricevuto
divertenti proposte dalle guide locali per percorrere i 40 km di pista che
separano Erfoud da Merzouga: ci date i bagagli e vi
seguiamo con la Land Rover; lasciate la moto a Erfoud e vi portiamo
a Merzouga con la Land Rover; Carla + bagagli sulla Land Rover e Daniele
in moto; portiamo noi la moto con la Land Rover… il tutto condito da
minacce e funesti presagi: la pista è terribile, l’orientamento è
difficilissimo, non ce la farete mai da soli… Imperterriti li avevamo
allontanati, decisi ad arrivare con le nostre forze. E così faremo. La
pista si rivela tutto sommato facile: il fondo per lo più è compatto e
l’unica difficoltà è rappresentata dalle lingue di sabbia che ogni
tanto invadono la carreggiata, costringendo a veri esercizi di
equilibrismo per mantenere in piedi la moto (soprattutto viaggiando a
pieno carico e con delle gomme praticamente stradali). Un vero problema,
invece, sono le fastidiosissime guide locali che percorrono la pista su
degli scassati motorini Peugeot e che agganciano tutti quelli che stanno
viaggiando “in autonomia”, tormentandoli con offerte di ogni tipo.
Quando, dopo infinite insistenze, si rendono conto che non vuoi farti
guidare, né portare nella pensione del compare, né nel ristorante dello
zio, continuano ancora a seguirti per un bel pezzo, ripetendoti l’odioso
tormentone che le parabole devono aver diffuso anche in questo sperduto
angolo di mondo: “turisti fai da te? No alpitour? Ahiahiahiahi….”. Arriviamo
a Merzouga al tramonto, stanchi all’inverosimile ma attoniti di fronte
allo spettacolo delle dune gigantesche che fronteggiano il villaggio.
Tutt’intorno si estende una landa vasta, nera e pietrosa, solcata da
piste più o meno percorribili. L’aria è ancora rovente e la mancanza
di luci e di suoni sembra riscaldarla ancora di più. Troviamo
un piccolo hotel proprio sotto le dune con camere minuscole e bollenti. I
proprietari - di origine berbera, come amano sottolineare con orgoglio -
sono gentilissimi, di una gentilezza pacata che sembra quasi la logica
conseguenza del paesaggio che ci circonda. Ci preparano la cena poi
restano a chiacchierare con noi sotto le stelle, sorseggiando
l’immancabile tè alla menta. Ven
17: Merzouga – Tinerhir (250 km)
Sempre
più presto: sveglia alle 4, per vedere l’alba sulle dune (e perché
tanto dormire con questa temperatura è pressochè impossibile). L’aria
è già caldissima, la breve notte non ha consentito al terreno di cedere
il calore accumulato durante il giorno. Alle cinque del mattino abbiamo già
bevuto un litro d’acqua ciascuno… Rifacciamo
la pista verso Erfoud, questa volta senza l’assillo delle guide moleste.
Vediamo le dune allontanarsi all’orizzonte, sempre più piccole, fino ad
appiattirsi sulla sconfinata pianura che ci circonda. La
strada da Erfoud a Tinerhir è una lingua d’asfalto rovente che corre
parallela a una vecchia pista, attraversando un deserto di terra rossa
coperta da pietre scure, battuto dall’immancabile vento “effetto
phon” e dai pastori berberi con le loro greggi o con mandrie di
dromedari (o cammelli?). Arriviamo
a Tinerhir nel tardo pomeriggio e, trovato un albergo, usciamo a fare una
passeggiata. Come al solito veniamo avvicinati da personaggi del luogo
(questa volta però sono simpatici) che, con la scusa di mostrarci le
bellezze della città, cercano alla fine di accompagnarci a casa di un
venditore di tappeti. Ci defiliamo e riusciamo a visitare la kasbah
berbera, che sorge proprio di fronte alla medina locale, accanto
all’oasi verdeggiante che ha reso possibile lo sviluppo di questo
piccolo insediamento urbano. Ci perdiamo in un intrico di vicoli tutti
uguali, senza pavimentazione, sui quali si affacciano case di paglia e
fango appoggiate direttamente sulla terra battuta. Sab 18: Tinerhir – Gole del Todra – Gole del Dades - Ait Bennadouh (250 km) Lasciamo
Tinerhir alla volta delle gole del Todra, che raggiungiamo dopo aver
costeggiato una lunghissima oasi verde smeraldo, sbucata all’improvviso,
come un miracolo di vita nel paesaggio mortuario delle montagne arse dal
sole e dal vento. Le
gole sono formate da speroni rocciosi altissimi. Vedere scorrere al loro
interno l’acqua cristallina di un torrente rappresenta, in questo
contesto, una sorpresa magnifica. Ancora
di più ci colpiscono le gole del Dades, che incontriamo poco più avanti
e che è possibile risalire per una ventina di km lungo una strada
tortuosa che ogni tornante rivela a una nuova meraviglia. La
sera arriviamo ad Ait Bennadouh, villaggio semideserto e surreale, la cui
sola illuminazione sembrano essere i milioni si stelle che punteggiano un
cielo nero come la pece. Dom 19: Ait Benaddouh – “Valle delle Meraviglie” – Ait Bennaddouh – Marrakech (350 km) Decidiamo
di dedicare la mattinata a un’escursione lungo una pista che attraversa
quella che, in alcuni resoconti di viaggi letti prima di partire, viene
chiamata la “Valle delle meraviglie”. Lasciamo quindi il bagaglio in
albergo e, con la moto finalmente scarica, partiamo alla volta di Telouet.
Dopo pochi km l’asfalto termina e la strada si trasforma in una pista
sconnessa, dal fondo duro e pietroso, che si arrampica zigzagando su
montagne altissime, costeggia meravigliose vallate verdeggianti,
attraversa villaggi ameni, lontani anni luce, si direbbe, da qualsiasi
forma di globalizzazione. Affrontiamo salite ripidissime e discese
vertiginose. A ogni curva c’è una sorpresa: un ruscello, una cima
altissima, l’incontro con un locale che percorre la mulattiera a dorso
d’asino. L’incanto dura una quarantina di km, che percorriamo in un
paio d’ore, soste per le foto comprese. Arrivati a Telouet la pista
finisce. Imbocchiamo la veloce statale e torniamo a Ait Benaddouh su
asfalto. Il
tempo di mangiare un boccone, caricare i bagagli e siamo di nuovo in
viaggio. Destinazione: Marrakech. Purtroppo dobbiamo prima tornare
indietro di una ventina di km, fino a Ouarzazate, perché siamo quasi in
riserva e nel primo tratto della statale, come abbiamo constatato poco
prima, percorrendola in direzione di Ait Benaddouh, i distributori sono
sprovvisti di benzina verde. Arriviamo
a Marrakech in serata, dopo aver sorpassato il passo di Tizi-n-tichka
(oltre 2000 metri di altezza, temperatura che improvvisamente scende di
almeno venti gradi). L’approccio con la città è drammatico: siamo in
pieno agosto e per di più è sabato, quindi non si trova una camera
libera. Iniziamo la via crucis degli hotel ma dappertutto la risposta è
uno scoraggiante “complet”. Ci allontaniamo dal centro, sperando che
la situazione migliori ma non è così. In questo affannoso migrare
incontriamo altri disperati che mendicano una stanza ormai da diverse ore.
Veniamo anche avvicinati da loschi individui che ci propongono
sistemazioni in case di privati a prezzi esorbitanti. Li allontaniamo, ci
ispirano troppa poca fiducia. Intanto si sono fatte le undici, siamo in
moto ormai da quattordici ore e le nostre energie sono alla fine. Non
abbiamo neppure cenato e siamo assolutamente scoraggiati. Vaghiamo per una
Marrakech marginale, non troppo differente da una periferia parigina o
milanese, disseminata di insegne di Mc Donald’s e Manpower. Poi un
tassista ci salva, indicandoci un albergo fuori mano che forse ha una
stanza libera. Si tratta di un quattro stelle di stile europeo, popolato
di italiani in viaggio organizzato. Ci concedono (per una sola notte, però,
perché dall’indomani la stanza è prenotata) una tripla che ci viene a
costare il quadruplo di quanto abbiamo speso fin ora (circa centomila
lire, un prezzo quasi europeo). Accettiamo senza protestare. Trasciniamo
il nostro bagaglio nell’ascensore automatico che ci ricorda quello
dell’ufficio dove lavoriamo. A letto senza cena. Lun 20 – Mar 21: Marrakech Sveglia
di buon ora, con l’assillo di dover trovare una nuova sistemazione.
C’inoltriamo nella medina a caccia di una pensione. Colpo di fortuna: ne
troviamo immediatamente una deliziosa, a un prezzo più che ragionevole. A
due passi c’è anche un garage per la moto. Tutto torna a girare per il
verso giusto. L’angoscia e la stanchezza di ieri sera sono solo un
ricordo. Possiamo tornare a recuperare il bagaglio dall’odioso
quattrostelle di periferia, sistemaci nel cuore pulsante di questa città,
a due passi dalla piazza di Jema El Fna. Dopo
averci passato due giorni, io e Carla concordiamo su una considerazione:
Jema El Fna è Marrakech e Marrakech è Jema El Fna. Tutto il resto è
roba di poco conto. La medina per esempio, ricostruita in tempi recenti,
è piuttosto turistica, nemmeno paragonabile a quella di Fes, cento volte
più caratteristica e genuina. Jema
El Fna, invece, enorme e popolata di saltimbanchi, venditori ambulanti e
perditempo, spazio d’aggregazione e luogo d’incontro delle popolazioni
berbere e degli abitanti delle montagne che circondano Marrakech, è un
luogo davvero unico. Un miscuglio irripetibile di colori, odori e
linguaggi. La sera, quando si accendono le luci dei venditori e i chioschi
che arrostiscono carne, pesce e verdure sono in piena attività, la piazza
viene avvolta da una coltre di fumo simile a nebbia, che crea intorno alle
persone e alle loro attività un’atmosfera magica. Dalla terrazza di uno
dei caffè antistanti, sorseggiando un tè alla menta, si può godere di
uno spettacolo affascinante e surreale. Mer
22: Marrakech – Essaouira (km 200)
Con
la sensazione che il viaggio stia già volgendo al termine, scivoliamo
fino alla costa atlantica. Una coppia di motociclisti incontrati nei
giorni scorsi ci avevano descritto Essaouira come un delizioso villaggio
di pescatori. La nostra impressione, invece, è quella di un insediamento
turistico senza nulla di particolare, affollato di famiglie di marocchini
in vacanza e fronteggiato da un mare gelido e piuttosto torbido. Ci
colpisce solo il piccolo porto, dove la sera rientrano i pescherecci e
dove vengono allestite le bancarelle che arrostiscono e vendono il pesce,
assediate da stormi di voraci gabbiani. Qui
sulla costa la sera il clima si rivela inaspettatamente fresco. Dover
indossare la felpa, dopo giornate di caldo soffocante è un autentico
sollievo. Gio 23: Essaouira – Tangeri – (traghetto) – Algeciras – Gibilterra (km 750) Avevamo
pianificato di rimanere un giorno a Essaouira ma ci sembra non ne valga la
pena. Partiamo per Tangeri, con l’idea di utilizzare il giorno
recuperato per fare una sosta in Spagna, spezzando così la noia e la
stanchezza del lungo trasferimento. Arriviamo
a Tangeri in tempo per il traghetto delle 18, dopo una sgroppata su
un’autostrada battuta da un vento fortissimo che ci ha costretto a
percorrere decine di km con la moto inclinata di buoni 30 gradi… Alla
dogana dobbiamo difenderci dall’ennesimo tentativo di spillarci soldi
(l’atteggiamento rapace nei confronti dei turisti rappresenta l’unico
aspetto sgradevole che talvolta abbiamo riscontrato nei rapporti con la
popolazione locale) da parte di un individuo che si spaccia come un
funzionario “non ufficiale” della dogana. Non avendo ceduto alla sua
richiesta di denaro, veniamo costretti a una lunga fila per il visto sui
passaporti, mentre i documenti di quelli che hanno pagato la
“mazzetta” vengono sfacciatamente fatti passare da una porta sul retro
dell’ufficio e immediatamente timbrati dall’addetto. Le
due ore e mezzo di traghetto ci servono per recuperare un po’ di
energie. Carla dorme, con la testa appoggiata alle mie ginocchia. Io
approfitto di quest’attimo di quiete per cominciare a mettere ordine nei
ricordi e nelle sensazioni accumulati in queste giornate frenetiche e
piene di fatica, colori, odori e chilometri. Gli
odori, soprattutto. Quell’aroma di Africa che ci colpì come una
sferzata all’arrivo e che ora non sentiamo più, perché ormai ce
l’abbiamo addosso. Ce lo stiamo portando via. A casa. Che
altro stiamo portando via? Quali delle tante cose che abbiamo avuto appena
il tempo di accarezzare, sfiorare, assaggiare appena - come quando al
ristorante si ordina un tris di primi, invece di un piatto unico, per la
curiosità di provare un po’ di tutto - avrà il posto d’onore nel
mosaico di sensazioni che si sta già componendo nei nostri ricordi? Volendo
schematizzare, le “pietanze” del nostro tris sono state: il deserto,
le città imperiali, le oasi del sud. Ognuna ha rappresentato un momento
importante e suggestivo. Il
deserto, che avevo già incontrato un paio d’anni fa, in Tunisia, è
sempre il deserto: immenso, pacifico, inquietante. Fes
e Marrakech sono state una scoperta sconcertante ed affascinante nello
stesso tempo. Sconcerto per la miseria nera che sembra trasudare dalle
pareti delle catapecchie fatiscenti, fuoriuscire insieme al putridume dai
chiusini delle fogne. Miseria nera negli occhi scavati, nei corpi sfatti,
nei denti marci dei tantissimi mendicanti che divorano e chiedono,
chiedono e divorano senza posa. Miseria nera nei gironi infernali dei souk
più poveri, ricettacolo di un’umanità immonda, disperata, prigioni
dove si spegne l’infanzia di centinaia di bambini lavoratori. Eppure
spesso il nostro sguardo ha indugiato quasi con compiacimento sui
particolari più sordidi di questa miserabile rappresentazione. Un
magnetismo invincibile avvolgeva lo spettacolo che si srotolava di fronte
ai nostri occhi di occidentali, abituati a percorrere strade pulite,
ambienti ordinati, una vita fatta di “giusti” doveri e “adeguate”
ricompense… Le
oasi, le gole verdi e profumate percorse da limpidi torrenti: sembrano
pezzi di paradiso piovuti dal cielo. Sono la rivincita della bellezza
sull’arido infinito del deserto. E che esperienza esaltante percorrere
quella pista pietrosa con lo sguardo rapito da una sequenza mozzafiato,
col Giesse che, privo dei bagagli, era diventato un’agile gazzella e
Carla che mi stringeva forte da dietro e mi regalava la sua gioia, il suo
stupore, le sue acute osservazioni… ecco, se dovessi scegliere una
pietanza sola… cameriere, mi porti pure questa! Il
fuso orario gioca a nostro sfavore, questa volta. Sbarchiamo in Spagna che
è quasi l’una di notte. Ancora in moto, per un ultimo sforzo. Montiamo
la tenda su una splendida spiaggia nei pressi di Gibilterra per qualche
ora di meritato riposo. Ven 24: Gibilterra – Barcellona (km 1250) Ci
sveglia la polizia alle sette del mattino, cazziandoci bonariamente perchè
il campeggio libero è vietato. Approfittiamo dell’alzataccia per
partire col fresco. C’incolonniamo in autostrada nel flusso compatto del
rientro dalle ferie. Sono
quattordici ore scandite dalle soste: 200 km, sosta: caffè; 200 km,
sosta: caffè e pipì; 200 km, sosta: panino… Arriviamo
a Bacellona alle dieci di sera, esausti. Troviamo un campeggio sul
lungomare, montiamo la tenda, crolliamo in un sonno simile a uno
svenimento. Sab 25: Barcellona Dovrebbe
essere una giornata di relax ma come resistere alla voglia di esplorare,
almeno superficialmente, questa città sconosciuta a entrambe? In una
giornata intensa riusciamo a visitare la Sagrata Familia, stupendoci per
la sua surreale architettura, a passeggiare sulle Ramblas, a gustare
l’immancabile paella… Magnifica città, Barcellona. Ci torneremo. Sab 25: Barcellona – Saturnia (km 1300) Ancora
una giornata a tutto gas. Obiettivo: fare più strada possibile. Non
va male, tutto sommato: a mezzanotte siamo praticamente a due passi da
casa… Usciamo dall’Aurelia e montiamo la tenda proprio davanti alle
terme di Saturnia. Un bagno caldo, dopo 1300 km di moto, è un’orgasmo
di piacere indescrivibile. Cancelliamo definitivamente il nostro odore
d’Africa in quello sulfureo delle acque termali. Dom 26: Saturnia – Roma (km 150) I
centocinquanta km che ci separano da Roma sono uno scherzo, ormai. All’ora
di pranzo siamo casa. Abbiamo l’intero pomeriggio per disfare le valige,
caricare qualche lavatrice, dormire qualche ora, prepararci mentalmente ad
andare in ufficio, domattina… APPENDICE Documenti
necessari: §
Passaporto §
Patente
internazionale §
Carta
verde Costi: Trasferimento Roma – Algeciras – Roma: §
benzina: circa
350 litri di benzina per 5200 Km fatti di buon passo §
autostrada:
in Francia è più cara che in Italia (ma in compenso la tariffa è
differenziata tra auto e moto, quindi in definitiva si paga meno); in
Spagna i prezzi sono allineati ai nostri (da Alicante in poi
l’autostrada è gratis) Traghetto Algeciras –
Tangeri – Algeciras: 250
mila lire per due persone + la moto (A/R) Soggiorno in Marocco: 100
mila lire al giorno(51,65 €) sono sufficienti per la benzina (media di
250 km al giorno), i pasti (ristorantini, cucina locale) e il pernotto
(camera doppia in pensioni economiche e non classificate, disponendo del
necessario spirito d’adattamento…) Valuta: A
causa della difficoltà di usare le carte di credito come mezzo di
pagamento, abbiamo portato l’intero budget per il Marocco in contanti,
provvedendo a cambiarlo in Dirham alla frontiera. Poi, per minimizzare i
rischi, ci siamo divisi il “bottino”… Nel
trasferimento attraverso Francia e Spagna abbiamo invece pagato tutto
(autostrada, benzina, cibo, pernotti) con le carte di credito. Ciò ci ha
consentito di non prelevare valuta locale, risparmiando tempo e il costo
delle commissioni. La
moto: La
R1150 GS si è rivelata, come al solito, un’ottima compagna di viaggio:
comoda, veloce e con un’eccezionale comportamento dinamico anche a pieno
carico. Ci ha concesso medie di tutto rispetto nel lungo trasferimento
autostradale e si è dimostrata agile e divertente nelle più impervie
strade di montagna. Con qualche precauzione abbiamo perfino affrontato un
paio di piste fuoristrada senza grossi patemi d’animo. Prima
di partire ho montato i tubi paramotore (quelli originali BMW), che, per
quanto antiestetici, consentono di eliminare quello che a mio giudizio
rappresenta l’unico punto debole, sotto il profilo della robustezza, di
questa moto: la possibilità che in una banale scivolata si spacchi il
coperchio della testata. La leggendaria affidabilità dei boxer BMW è stata confermata: 8000 km senza stringere un dado né rabboccare un goccio d’olio (alla partenza il livello era al max, all’arrivo a metà circa…). Il
fuoristrada: Prima
della partenza avevo considerato la possibilità di montare dei pneumatici
tassellati ma avevo rinunciato considerando che, a causa dei 2600 km di
autostrada da percorrere a pieno carico, saremmo arrivati in Marocco con
le gomme massacrate. Certo è che le Metzler Tourance, ottime per grip su
asfalto e per durata, sulla sabbia sono assolutamente nulle. Un po’ di
aderenza in più si potrebbe forse ottenere diminuendo un po’ la
pressione dei pneumatici… io francamente non ho provato. Un
altro limite è rappresentato dal considerevole peso: provate ad
aggiungere ai duecentocinquanta kg della moto i bagagli, il pieno di
benzina e la (pur leggera) passeggera e vi troverete tra le mani un arnese
davvero difficile da gestire off road. L’approccio con la sabbia è
stato scoraggiante, sulle prime… poi ho provato a scaricare il bagaglio
e mi è sembrato di avere di nuovo tra le mani la mia vecchia XR… Senza
esagerare, diciamo che la situazione è migliorata parecchio. In
particolare deve aver influito notevolmente la rimozione del pesante
borsone che avevo legato al portapacchi posteriore, in una posizione non
felicissima per la distribuzione dei pesi (su strada non te ne accorgi
quasi, ma fuoristrada il baricentro alto si fa sentire). Insomma, il
consiglio che mi sento di dare a chi volesse affrontare qualche pista col
Giesse è di scegliere percorsi ad anello da compiere in giornata e…
lasciare i bagagli in albergo! Un ultimo accorgimento è quello di rimuovere (e lasciare in compagnia dei bagagli…) il plexiglass del cupolino: oltre a rendere difficoltosa la visibilità di quello che accade “sotto le ruote” (cosa piuttosto fastidiosa nel fuoristrada lento, soprattutto se si viaggia in due e quindi non ci si può alzare in piedi sulle pedane), vibra notevolmente nei tratti di pista con fondo sassoso oppure sul “toule ondulè” e tende a far allentare le viti di fissaggio. Benzina I
distributori sono frequenti, ovunque si trova la Super e quasi ovunque la
verde a 95 ottani: nessun problema, quindi, per le moto catalizzate. Chi
non volesse proprio correre alcun rischio, comunque, può considerare
l’idea di sostituire la parte dello scarico che contiene il
catalizzatore con il kit commercializzato dalla Touratech ad “appena”
400 mila lire… Un Giessista incontrato in loco aveva sperimentato con
successo questa soluzione: a suo dire la moto tendeva solo a scoppiettare
un po’ in fase di rilascio del gas. La
qualità della benzina marocchina, comunque, non deve essere eccelsa: in
particolari condizioni (soprattutto quando lavora sottocoppia, con un
rapporto alto inserito e con una temperatura esterna elevata) il motore
tende a battere in testa, come e più di quanto non avvenga con la verde
nostrana. E’ da notare che con la verde a 98 ottani, reperibile in
Francia e Spagna, il problema scompare del tutto. Abbigliamento
tecnico: Per
limitare al massimo il bagaglio, cerchiamo sempre di utilizzare un
abbigliamento motociclistico “senza eccessi”, che possa essere
utilizzato anche per passeggiare a piedi. Quindi: §
Pantaloni modello
“combat”, specifici da moto ma dal look assolutamente “civile”. §
Anfibi: molto più
pratici degli stivali tecnici, che, una volta scesi dalla moto, sono
immettibili ed estremamente ingombranti. §
Giubbini di pelle
Dainese. §
Magliette a
manica lunga: quando fa davvero troppo caldo per poter indossare il
giubbino di pelle, proteggono le braccia dalle ustioni, inevitabili dopo
molte ore di viaggio sotto il sole §
Guanti da
motocross (protettivi ma leggeri e traspiranti). §
Caschi: dopo
averne sperimentati molti modelli mi sono convinto in viaggio non ci sia
nulla di meglio di un buon integrale con mentoniera apribile. Noi usiamo
degli Shoei: il vecchio Duotech e il Sincrotech, entrambe ottimamente
rifiniti e funzionali, anche se un po’ rumorosi. Il Sincrotech ha il
grande vantaggio dell’apertura “monopulsante”. §
Tute
antipioggia monopezzo di buona qualità. Attrezzature
varie: §
Piccola tenda a
igloo da tre posti. §
Sacchi a pelo
leggeri: utili, oltre che per dormire in tenda, anche per garantirsi un
minimo di igiene quando ci si trova a pernottare nelle pensioni più
sudice. §
Micromaterassini
gonfiabili: per avere un minimo di comfort quando si dorme in tenda. §
Interfono:
permette di scambiare informazioni di servizio con la passeggera, rende
meno noiose le lunghe ore d’autostrada e poi… consente di esprimere lo
stupore per lo splendore di un paesaggio o di commentare la multiforme
realtà che di srotola di fronte ai nostri occhi (anche questo fa parte
del piacere di viaggiare). Noi abbiamo il “Robot” della Osbe, che ha
il vantaggio di avere i volumi separati per pilota e passeggero e che può
essere alimentato o ricaricato tramite la presa di corrente presente sulla
moto (una carica dura circa otto ore, dopo di che una notte è sufficiente
per ricaricare la batteria). La qualità del suono è buona (si riesce a
comunicare senza grossi problemi anche a 180 km/h…), il fruscio del
vento può essere notevolmente attenuato applicando un pezzo di spugna
sopra i microfoni. L’affidabilità dei kit cuffia / microfono, però,
non è delle migliori. Il vento, le vibrazioni e gli strappi che si
possono dare accidentalmente ai fili, salendo o scendendo dalla moto,
provocano frequentemente il dissaldamento dei contatti. Durante il viaggio
in Turchia dello scorso anno si ruppero, uno dopo l’altro, entrambe i
kit e dovetti provvedere a un intervento d’emergenza, trapiantando un
auricolare e un microfono rimediati dopo mille peripezie in un mercatino
di Istanbul. Quest’anno per precauzione ho portato due kit di ricambio,
oltre a un piccolo saldatore a stagno… naturalmente non sono serviti. §
Medicinali:
essendo ottimisti, abbiamo portato solo il solito “dissenten” (nonstante
le scarse precauzioni alimentari osservate, non è servito…). §
Attrezzi:
la trousse di bordo della moto (che comprende il kit di riparazione dei
tubeless e le bombolette di aria compressa) integrata da un set di chiavi
a brugola e torx più “professionali”, pinze regolabili, chiave
inglese, nastro americano, bulloneria varia, un litro di Castrl GP (non è
servito). Sistemazione
del bagaglio: §
Motovalige
laterali BMW: non sono molto capienti e costano un occhio ma, per il
resto, non presentano che pregi: si montano e smontano in un attimo, hanno
degli attacchi leggermente elastici che resistono ad ogni sollecitazione,
sono solide, assolutamente impermeabile e non alterano il baricentro della
moto. C’abbiamo sistemato tutto l’abbigliamento e i nostri effetti
personali. §
Borsone
posteriore cilindrico, fissato al portapacchi con dei semplici ragni
elastici. C’abbiamo sistemato tenda materassini, sacchi a pelo e
attrezzi). Nota: questa soluzione è da preferire, a mio giudizio, al bauletto, soprattutto se si intende fare del fuoristrada. Il bauletto infatti è dotato di attacchi inevitabilmente fragili, altera il baricentro della moto ed è, oltretutto, orrendo…). §
Borsa
da serbatoio: consente di tenere a portata di mano l’attrezzatura
fotografica e altri oggetti di frequente utilizzo. Noi abbiamo quello
originale BMW, che secondo me non vale assolutamente il suo prezzo: è
poco capiente, ha una tasca porta-cartina talmente piccola da risultare
praticamente inutilizzabile e, soprattutto, non è dotato di una maniglia
o di una tracolla per il trasporto. Dopo aver speso quasi mezzo milione
per acquistarlo, ne ho visti, a circa metà prezzo, di molto migliori… Bibliografia
/ Cartografia: §
Guida Brought
“Marocco”: approssimativa nelle descrizioni dei luoghi d’interesse
naturalistico / artistico, poco affidabile nella segnalazione delle
pensioni e dei ristoranti. §
Carta
Michelin 959 “Marocco”: un autentico must.
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| Racconto di Daniele Chiasserini e Carla e-mail daniele.chiasserini@sistinf.it | |||||