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B E L U C H I S T A N |
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Quando
si deve affrontare un viaggio di circa 20.000km con due mesi di tempo,
incontrando ogni tipo di condizione climatica e metereologica e fondi
stradali tra i piu’ vari, dal ruvido asfalto al letto del fiume, la
scelta della moto giusta equivale ad avere la certezza che metà del
progetto è realizzato. L’aver avuto a disposizione un Dominator dava
quindi ottime probabilità alla riuscita dell’impresa. Con una volata
si arriva a Brindisi, da qui l’imbarco per la Grecia. Inizia subito la
strada per il passo Katara, tornanti su tornanti, strada stretta ed
asfalto insidioso, in alcuni tratti in parte sciolto. Affrontare questa
strada con il Dominator è un piacere, scattante nei corti tratti, dove
è possibile sorpassare e sicuro nella frenata che precede il tornante.
Turchia: I lunghi rettilinei dell’altopiano Anatolico sono stati
percorsi in quinta a pieni giri, il tachimetro segna 155km/h anche se la
moto può dare di più, ma ovviamente è frenata dal pieno carico, dai
copertoni di ricambio e da una tanica da 5 litri usata per avere una
piccola scorta di carburante. La
zona del Kurdistan Turco è affrontata di notte, il freddo è intenso, i
passi di montagna superano i 2000 m, ottima l’illuminazione che la
moto fornisce, un po’difficoltosa la doppia regolazione del fanale. Iran:
Caldo secco dopo le montagne che portano a Tabriz. Sempre accolti con
entusiasmo spontaneo ad ogni sosta. Lungo un’autostrada si affianca
un’automobile con una famiglia e tirato giù il finestrino mi passano
una grossa fetta di torta. Superata Qazvin, famosa per l’uva senza
semi ed una bellissima moschea, si lascia la strada principale e ci
s’inoltra su sterrati per visitare i vecchi Caravanserragli
disseminati un po’ovunque da qui sino alla ancora lontana Cina. Qui
spicca la natura off road del Dominator che fa quasi dimenticare la
prudenza, bagaglio più importante d’ogni viaggio. Dopo la splendida
Esfahan è tempo di manutenzione, ma il tutto si riduce a poco, l’asta
dell’olio indica ancora un livello a metà tra il massimo e il minimo,
nonostante le lunghe e veloci tirate, e la catena di trasmissione ha il
suo giusto gioco. Più
si scende a sud e più il clima si fa caldo e umido, ottime le giacche
leggere di B&T, qualche difficoltà nel reperire benzina che in ogni
modo è ancora di buona qualità. Si tenta di raggiungere in serata
Zahedan a due passi dal confine con l’Afghanistan e il Pakistan,
questo perché viaggiare di notte potrebbe essere pericoloso. Qui vanno
e vengono contrabbandieri d’oppio e trafficanti d’armi ed in passato
si sono verificati rapimenti e rapine ai danni dei rarissimi
viaggiatori. Pakistan: Entrare in Pakistan da questa regione è sempre
un’incognita e seguire le strade da noi percorse può portare ad
avventure assolutamente non volute ma che una volta vissute
difficilmente si dimenticheranno. Strano posto il Beluchistan, si
presenta come un deserto per poi diventare roccia nera e pietraie e
trasformarsi ancora in montagne quasi verdi, con gole strettissime e
valli solcate da larghi fiumi e in altura altopiani di sabbia, dove la
prima cosa che faresti, è quella di ficcarti sotto uno dei rari alberi
godendone l’ombra pagando poi lo scotto di un’inevitabile bucatura.
Verso est cambia sia il paesaggio che diventa sub tropicale, che la
temperatura che diventa letteralmente insopportabile. Il fondo stradale
è ora di terra che si trasforma in un micidiale fango vischioso,
laddove il sole non riesce ad asciugare le abbondanti acque monsoniche.
E’ qui in Beluchistan dove più d’ogni altro luogo ho apprezzato a
pieno le caratteristiche del Dominator. |
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La
fortuna ci assiste, a 15km c’è un piccolo ospedale, ci dividiamo due
su di un pick up con il ferito e due a fare la guardia alle moto. I rari
camionisti che si fermano c’esortano ad andare via il prima possibile
da quel luogo, terra incontrastata di predoni. C’è
tensione. Dopo alcune ore ritornano gli altri, risultato
dell’incidente, mano ingessata tre punti al naso e tre ad un braccio.
Organizziamo il trasporto della moto e del pilota su di un camioncino
fino a Quetta, capoluogo del Beluchistan. Bisogna arrivare prima che
cali la notte, ma la strada è piena d’insidie ed è ormai il
tramonto, così all’uscita di una curva a velocità sostenuta uno di
noi non vede (e sfido chiunque a farlo) due cunette prima della
ferrovia. Ho visto la moto girare su se stessa tre volte, lanciare una
fiammata di scintille sull’asfalto, catapultare il suo pilota a destra
e fortunatamente la tanica colma di benzina a sinistra. Tanta paura ma
solo escoriazioni, ci abbracciamo. Si rimette in sesto la moto e si
riparte. Siamo
in piena area tribale, dopo Zhob, dove veniamo ingoiati da una folla non
troppo ben disposta, uno sterrato ci porta a dover guadare un fiume
largo una ventina di metri, con acqua alta fino a metà coscia. Si
prosegue nella speranza di ritornare su asfalto, ma per due lunghi
giorni non sarà così. Sempre più contento sulla scelta della moto
cerco di godermi gli altri guadi e le varie mulattiere, ma un pick up
carico di persone armate di kalashnikov mettendosi per traverso sulla
strada mi riporta bruscamente alla realtà. Non si sa bene cosa fare,
poi ci fanno proseguire ricordandoci del pericolo al quale andiamo
incontro. Riusciamo
a trovare qualche tanica di benzina, 75 ottani, nessun problema per le
nostre monocilindriche. Un
piccolo villaggio ci da la possibilità di approvvigionarci di acqua
(piovana), in un negozietto troviamo biscotti insieme a bombe a mano e
caricatori per mitra e l’immancabile calendario con la foto di Bin
Laden, oggi tristemente famoso. Inizia a fare sera e non c’è modo di
uscire da queste gole. Un altro guado, ma l’acqua è troppo alta, è
buio, siamo bagnati fino alla cinta e se di giorno può far piacere
visto il gran caldo, con l’arrivo della notte no, la temperatura
scende. Accendiamo un fuoco nella speranza di asciugarci, ma questo
attira altri uomini armati che ci fanno capire che da li è meglio
andarsene e ci guidano fino ad un guado più basso, dove la moto con il
pilota sopra è sostenuta da altre tre persone per la forte corrente che
ha l’acqua, fortunatamente le Givi laterali sono impermeabili.
Passiamo la notte all’aperto ospiti di un pastore che ci fa un ottimo
te con l’acqua del fiume. Il giorno successivo stessa storia, spacci
con armi e foto di Bin Laden, guadi e mulattiere. In tutta questa
regione i Pakistani non sono assolutamente presenti. La strada che
fiancheggia il confine Afghano è un via vai di gente armata che spesso
ti ferma per la sola curiosità di vederti, alcuni sembrano ostili altri
l’opposto. Arriviamo a Darra luogo di produzione di armi, poi Peshawar. Mi chiedo quante di quelle persone incontrate siano in Afghanistan a combattere e quanti di quei fortini visti siano ancora in piedi. Ci ricongiungiamo con il nostro compagno e dopo alcuni giorni si parte per la Cina. Le pessime condizioni climatiche ci obbligano a non affrontare lo Shangla Pass, sono straripati i due fiumi e le valanghe hanno totalmente bloccato la strada. Non è meglio sulla via che attraversa il Karakorum, siamo costretti più volte ad inventarci la strada. Cina: Dai circa 5.000m del Kunjarab si scende nel Pamir cinese. Si viaggia tra i 3000 e i 4000m slm e superando i 120 km/h la carburazione ne risente. |
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