Sterrato facile, ma molto polveroso; viaggiamo a notevole distanza uno dall’altro fin chè non usciamo sull’asfalto, con una calura a dir poco impressionante. Un caffè su strada ci sembra un miraggio, ma invece è vero, così come la bella ragazza mora e formosa che ci serve, con uno sguardo tra il meravigliato ed il compiaciuto: l’abbiamo osservata forse un po’ troppo fissamente? La città di Zeida, dove tutto si svolge sulla strada principale, ci vede passare frettolosamente; un alto minareto invece ci costringe ad una sosta per una foto, così come le enormi scritte, fatte con le pietre, sui costoni delle colline. Ci dicono che tutte significano Dio, Patria e Re. Saranno in ordine d’importanza? Midelt ci accoglie coi suoi bar, negozietti e gente simpatica: uno fra tutti Akim, ex emigrante che ha capito che conviene arrabattarsi qui piuttosto che patire in Europa,  ci invita a casa sua e ci fa  vedere il suo “negozio”. Qualche compera, non fosse altro per la simpatia del personaggio, la facciamo. Cena presso il ristorante”Fès”, famoso e riportato su tutte le guide turistiche del Marocco. La fama è del tutto meritata; la cena è  ottima, con arrosto di vitello, la “Tajine”, uno stufato di almeno 9 verdure diverse con carne, un assaggio di cous-cous, frutta e dolce tipico. Tutto condito da gentilezza e disponibilità fuori del comune; il proprietario, ogni volta (e sono state tante, vista la premura con cui siamo stati trattati) che gli dico :”merci”, mi risponde “de rien, monsieur”. Paghiamo  circa 25000 lire (13 euro) a testa. Alloggiamo presso il camping “Timnay”, a 20 km da Midelt, dove  affittiamo un bungalow da 4 posti, con 10000 lire (5.16 euro) a testa. Uso di piscina compreso! 6 luglio, pronti per la tappa del grande salto! Il grande sud ci attende: sabbia, dune, deserto. Un brivido di piacere mi percorre la schiena mentre ci avviciniamo alla meta, scavalcando il col de Talghant a 1900m. s.l.m., ed attraversando la meravigliosa valle delle gole del fiume Ziz , dove a minareti belli, alti e curati fanno da contraltare Kasbah di fango ed argilla segnate dal tempo e dall’incuria degli uomini. La strada si incunea nelle anse del fiume, passando tra pareti rocciose altissime e sotto il tunnel del legionario, un tunnel scavato a mano nella pietra viva, per circa 100 metri, dai legionari francesi, fino ad arrivare alla sorgente blu di Mesky, una grande piscina naturale di acqua sorgiva (ingresso 5 dirham, 1000 lire / 0.52 euro), troppo affollata però per i nostri gusti. Decidiamo di fare una piccola sosta, e veniamo subito “assaliti” da commercianti vari che vogliono vendere o scambiare della merce; concludiamo dei discreti affari, complice il cambio favorevole sia nell’acquisto che nello scambio: io scambio una maglietta con un bel pugnale dal fodero madreperlato, dando 20000 lire (10 euro) di differenza. Riprendiamo di buona lena ed ecco  apparire Erfoud, paese con tutte le caratteristiche dell’avamposto desertico. Facciamo il pieno, visto che le dune di Merzouga sono ancora piuttosto lontane, e la classica guida si offre di portarci, o portare i bagagli, o le moto, o quant’altro. Al nostro cortese ma deciso rifiuto seguono strani discorsi sull’italianità e sui pericoli mortali (!) che si annidano nel deserto. Continuiamo ed imbocchiamo la pista, mentre l’adrenalina viene su a secchiate. I chilometri scorrono sotto le ruote, mentre un vento forte si alza, ed arriviamo al vecchio forte della legione straniera; foto di rito e via, verso l’interno. Il vento ben presto diventa tempesta , impedendoci letteralmente di proseguire; mi fermo, e cerchiamo di ripararci alla meglio: la sabbia entra davvero dappertutto, riesco a scattare solo 3 o 4 foto prima che la foto camera si blocchi, mentre la temperatura sale fino ad oltre 50° C! Ci  abbracciamo per proteggerci a vicenda, ed attendiamo che l’inferno finisca, mentre penso al tuareg incontrato in Tunisia, nel 1998, che mi raccontava che le tempeste di sabbia possono durare due minuti o due giorni, a queste latitudini. Scaccio il pensiero molesto, e con esso la consapevolezza di essere a corto di acqua, e vengo parzialmente premiato: dopo circa un’ora il vento, lentamente, si placa, ed io salto su, pronto a continuare. Gli amici mi fanno ragionare: è tardi per avventurarsi ancora più profondamente; Rissani è a 50 km, se torniamo indietro, ma Taouz dista oltre 100 km. Mi rendo conto che hanno ragione, ed a malincuore avvicino il pollice al pulsante di avviamento del Dominator, quando il sangue mi si gela nelle vene! Un rumore di ferraglia pazzesco proviene dal motore dell’elefant, il cui conta KM segna 102500.          
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